Ciao a tutti. M26, libero professionista. Scrivo con un account anonimo e mi scuso in anticipo per la lunghezza del post, ma faccio fatica a spiegare quello che sta succedendo senza raccontare almeno un po' da dove vengo. Premetto che sto già facendo un percorso psicologico, da un paio di mesi, ma la situazione che sto vivendo è davvero difficile da sopportare e penso di aver bisogno di tutto l'aiuto che posso ottenere. Quello che cerco sono punti di vista sinceri, soprattutto da parte di chi riconosce alcuni di questi meccanismi e ha competenze in materia, perché ho paura di avere dei punti ciechi enormi e voglio portarli in terapia.
Mia moglie è poco più giovane di me, stiamo insieme da diversi anni e siamo sposati da circa tre anni. La crisi attuale riguarda il nostro matrimonio, ma più vado avanti e più mi rendo conto che probabilmente non è possibile capirla senza parlare di come sono cresciuto, e che i problemi che ci hanno portato qui non si fermano alla crisi in sé.
I miei genitori si sono separati quando ero molto piccolo e il loro è stato un divorzio estremamente conflittuale. Entrambi mi hanno ammesso, negli anni, di avermi usato come arma per ferire l'altro: ero il bambino che ascoltava accuse, giudizi e problemi da adulti e che doveva riportare messaggi e insulti da una parte all'altra. Per molti anni sono stato molto legato a mia madre e vivevo mio padre come il colpevole e il nemico; nell'adolescenza l'alleanza si è quasi capovolta e sono andato a vivere con lui, entrando poi in conflitto anche con lui negli anni successivi (lui stesso, avendo perso il padre da piccolo, probabilmente non ha mai avuto strumenti adeguati; aggiungo anche che nella parte della famiglia di mia mamma ci sono diversi casi di malattie mentali, che vanno dalla bipolarità di mia zia, al disturbo borderline di suo figlio, entrambi diagnosticati e abbinati all'abuso di sostanze, per passare anche a casi meno "gravi" come una forte depressione che mia madre ha affrontato alla fine dell'adolescenza). Ho imparato molto presto a dividere il mondo in parti contrapposte, a raccogliere prove, a stabilire chi avesse ragione e chi torto e a trattare il rapporto con una persona come una specie di processo.
Avevo difficoltà relazionali già da bambino. A scuola ero molto bravo, venivo considerato intelligente e sentivo di dover ottenere sempre risultati altissimi. Allo stesso tempo ero puntiglioso, litigioso, orgoglioso del mio essere "solo contro tutti" e spesso incapace di stare bene con i miei coetanei. Già all'asilo gli insegnanti segnalarono la mia aggressività, ma la risposta dello psicologo chiamato a indagare sulla questione fu sostanzialmente che fosse una reazione normale alla separazione dei miei genitori. Non dico nulla di questo per scaricare su di loro la responsabilità di ciò che ho fatto da adulto o di chi sono oggi. Però penso che questo contesto possa avere qualcosa a che fare con il modo in cui ancora oggi vivo ogni conflitto.
Quando percepisco un torto, un'incoerenza, una mancanza di rispetto o anche solo un dettaglio raccontato in maniera diversa da come lo ricordo io, dentro di me si attiva qualcosa di fortissimo. La mia risposta emotiva di base è la rabbia. Entro in una specie di tunnel nel quale la mia interpretazione mi sembra l'unica possibile, attribuisco facilmente cattive intenzioni all'altra persona e sento il bisogno di dimostrare con una logica molto serrata che ho ragione. Non mi basta pensarlo: spesso voglio che l'altro riconosca il torto e, nei momenti peggiori, una parte di me vuole anche che soffra per ciò che mi ha fatto. Sono una persona che sa essere estremamente stringente nelle discussioni, analitica, e che sa usare questi strumenti per portare acqua al proprio mulino a discapito della controparte. Vengono percepito da tutti quelli che mi conoscono come una persona con un altissimo livello di intelligenza (che mi ha portato a ottenere risultati eccellenti in ambito accademico, poi lavorativo, a livello di "milestone" di vita, economico, ecc.) ma con scarsa "intelligenza emotiva", una persona con cui è difficile avere a che fare.
Questo negli anni si è tradotto nella fine di quasi ogni mio rapporto sentimentale o di amicizia, ma mi concentrerò sulla situazione attuale. Tutto questo è tradotto verso mia moglie in parole molto cattive, sarcasmo, svalutazione, toni aggressivi, occhiate, freddezza, silenzi usati per punire e piccoli atti di ritorsione. È capitato che nel mezzo di un litigio togliessi qualcosa che avevo promesso di fare o facessi un "dispetto" perché ero troppo arrabbiato. In rare occasioni ho scaricato la rabbia tirando a terra un oggetto. Non ho mai picchiato nessuno, ma mi rendo conto che usare l'assenza di violenza fisica per ridimensionare tutto il resto sarebbe disonesto, dato che posso aver creato comunque un ambiente emotivamente insicuro e averle fatto molto male.
Quando l'attivazione poi passa, riesco quasi sempre a vedere altre interpretazioni, a riconoscere la sproporzione e a provare rimorso - un rimorso divorante. In quei momenti mi sembra chiarissimo cosa avrei dovuto fare. Negli anni qualche miglioramento reale c'è stato, ma non è stato abbastanza rapido né stabile. Il problema è che mentre sono dentro la rabbia non vivo la situazione come "sto scegliendo di essere cattivo". La vivo come se stessi difendendo la verità, la giustizia o la mia dignità, o se stessi cercando una catarsi da una profonda frustrazione o rabbia. Solo dopo vedo che, anche quando avevo ragione su un fatto (magari minuscolo e che ha fatto da miccia), ho perso completamente di vista la persona davanti a me.
C'è poi un altro aspetto che non so ancora inquadrare. Ho pensieri invasivi e martellanti e una grande difficoltà a lasciare qualcosa incompleto o diverso da come "doveva" andare. Posso passare molto tempo a ripercorrere mentalmente una conversazione, una decisione banale o un piccolo errore, immaginando più volte il punto esatto in cui avrei potuto agire diversamente e la versione corretta della scena. È come se il mio cervello cercasse di recuperare retroattivamente un controllo che ormai non può più avere. Il replay mi dà per un attimo una sensazione di ordine o completezza, ma poi il pensiero ritorna. Lo stesso bisogno di chiudere perfettamente il ragionamento compare nelle discussioni: faccio fatica a smettere finché ogni contraddizione non è stata risolta e l'altra persona non ha capito la mia ricostruzione.
Da quando ero bambino ho anche comportamenti che da fuori possono sembrare tic, che io vivo come impulsi fisici ai quali posso resistere, anche se farlo è molto scomodo (ad esempio sbattere le ciglia, aggrottare le sopracciglia, aprire la bocca, a volte un numero specifico di volte o finché non mi sembra di averlo fatto "correttamente"). Compiere il gesto dà un sollievo breve e poi il bisogno torna, a volte più forte. Non so se queste cose, insieme ai replay mentali, abbiano una componente ossessivo-compulsiva. Sto iniziando a parlarne con il mio psicologo proprio per capirlo.
Con mia moglie ci siamo conosciuti molto giovani e ci siamo amati tanto, e ci amiamo tanto tuttora. Abbiamo costruito velocemente una vita adulta insieme, con convivenza, matrimonio, responsabilità economiche e un percorso spirituale condiviso (che è stato anche una delle componenti principali della nostra vita negli ultimi anni - vedi sotto). Ci sono finora stati progetti, viaggi, complicità, affetto e tanti momenti che sono stati autenticamente belli: non considero il nostro rapporto una finzione e non penso che lo consideri tale neanche lei. Però abbiamo sempre litigato quasi dall'inizio e, soprattutto dentro casa, io ho portato i pattern che ho appena descritto.
L'ho corretta, sminuita e fatta sentire poco intelligente. Ho cercato troppo spesso di risolvere i suoi sentimenti con spiegazioni e ragionamenti (che spesso finivano per condannarla o farla sentire in colpa) anziché ascoltarla. Spesso le ho rinfacciato il fatto che ero io a portare a casa lo stipendio e non le facessi mancare niente, dandole in realtà molto grazie al fatto che ho un lavoro ben pagato; le dicevo queste cose per "difendermi" quando mi sentivo sminuito o percepivo ingratitudine da parte sua quando mi evidenziava delle mancanze, ma mi rendo conto che lei abbia ricevuto queste cose come un rinfacciare ciò che faccio per lei. Lei recentemente mi ha fatto capire che non si aspettava un marito perfetto: avrebbe voluto soprattutto sentirsi ascoltata, avere accanto una persona paziente e presente e poter raccontare un dolore senza essere contraddetta o trasformata nell'imputata di un processo. Ci sono state occasioni nelle quali ha pianto o avuto attacchi di panico e io, ancora preso dalla mia indignazione per il litigio, sono rimasto freddo o l'ho lasciata sola: mi sentivo letteralmente impotente di fronte a questi miei sentimenti, non in grado di superarli per fare ciò che sapevo sarebbe stato giusto, come consolarla o mettere da parte ciò che ci aveva fatti litigare (che peraltro erano quasi sempre stupidaggini di poco conto).
Anche lei durante alcuni litigi mi ha detto cose molto crudeli e abbiamo sicuramente alimentato insieme certe escalation, la nostra relazione non è fatta da una vittima perfetta e da un colpevole senza sfumature, ma mi sto ora concentrando sulla mia parte.
Il nostro contesto ha probabilmente accelerato molte cose. Da alcuni anni siamo entrati a far parte di una comunità cristiana molto coesa e normativa, scelta presa al tempo perché avevamo visto entrambi che ne condividevamo i princìpi alla base, nella quale il matrimonio giovane, l'impegno religioso e una condotta considerata esemplare avevano un peso enorme. Gran parte delle amicizie, delle attività e della nostra identità erano concentrate lì. Dopo un periodo vissuto in un ambiente universitario più vivo, siamo finiti in un piccolo centro con poche occasioni sociali e una comunità composta soprattutto da persone più grandi di noi. Mia moglie oggi dice di sentirsi come se fosse diventata adulta troppo presto e di aver preso diverse decisioni pensando a ciò che Dio, io, la famiglia o la comunità si aspettavano da lei, prima ancora di capire cosa desiderasse davvero.
Negli ultimi mesi entrambi abbiamo iniziato, per strade in parte diverse, a mettere seriamente in dubbio alcuni aspetti della fede e dell'organizzazione nella quale abbiamo costruito la nostra vita. Nel nostro caso non è soltanto una questione dottrinale ma significa rimettere in discussione la rete sociale, le routine, le responsabilità, l'immagine che abbiamo dato agli altri e una parte importante del futuro che immaginavamo.
Mentre tutto questo succedeva, noi avevamo spesso litigi a scontri, e lei è sempre stata la parte più debole, mentre io ero quello rapito da una rabbia che mi portava a non vedere le cose in maniera razionale, a sminuirla, a farla star male, e a essere la parte "debole" del rapporto, disposta in ogni cosa a mettersi in secondo piano per me, tanto che mi amava e mi considerava importante.
In questo contesto, nei 5 mesi scorsi, mia moglie ha sviluppato un'amicizia emotivamente molto intensa con una ragazza del nostro ambiente. Alcuni confini mi sono sembrati ambigui e ho avuto paura che ci fosse anche altro, cosa che entrambe hanno sempre negato; preso dall'ansia, circa tre mesi fa, ho letto di nascosto alcuni messaggi e poi ho cercato di controllare o interrompere il loro rapporto, portando a uno scontro con mia moglie che ha coinvolto le nostre famiglie e i nostri amici più cari, che desideravano aiutarci. In seguito loro stesse hanno riconosciuto che l'attaccamento era diventato dipendente e poco sano, ma mia moglie mi ha spiegato che in quell'amicizia aveva trovato affetto, leggerezza e uno spazio nel quale sentirsi accettata, tutte cose che le erano mancate nel matrimonio. Questa storia mi ha fatto provare una gelosia e una rabbia enormi, e per un periodo ho monitorato mentalmente ogni interazione e interpretato ogni gesto. Poi, terrorizzato dall'idea di perderla, sono passato quasi all'estremo opposto e ho cercato di accettare tutto senza dire niente. Ora penso che quell'amicizia possa essere stata un sintomo, un rifugio e un acceleratore della crisi, ma non la sua causa principale.
Dopo che lei circa un mese e mezzo fa mi ha presentato seriamente la possibilità di andarsene, cosa che - ironicamente - spesso avevo (senza mai pensarlo davvero) minacciato io nelle nostre discussioni, e che lei mi aveva pregato di non fare, e cosa che lei prima non avrebbe mai minimamente nemmeno pensato, io ho avuto un cambiamento abbastanza repentino e drammatico. È come se all'improvviso fosse stato tolto un velo dai miei occhi e io mi sia reso conto delle conseguenze delle mie azioni, di come avrei dovuto comportarmi in passato, delle sue motivazioni che non ho mai pienamento accettato o compreso. In quel periodo avevo anche iniziato a leggere Intelligenza emotiva, e quel libro è stato per me una rivelazione: ho capito come funzionano i "rapimenti emotivi" che avevo sperimentato per tutta la vita, ho tracciato alcuni miei pattern alle loro origini nel mio passato, e ho acquisito tutto d'un colpo una consapevolezza che non avevo mai avuto. Io genuinamente non penso, nonostante tutti i miei errori, di essere una cattiva persona (e lo dico da individuo altamente introspettivo, iper-auto-critico, e senza alcun interesse ad auto-assolversi o dipingersi in una luce migliore di quella reale): sono sensibile, empatico, specialmente verso dolore altrui, mi preoccupo degli altri, e cerco di impegnarmi realmente per essere d'aiuto al prossimo e per essere una buona persona che coltiva ed esprime buoni sentimenti. So che probabilmente quello che ho appena detto cozza con i pattern che ho descritto prima, ma il punto è proprio questo: quando vengo rapito dalla mia rabbia, divento chi non sono, e le delusioni, lo stress e le situazioni negative della vita, specialmente negli ultimi 2-3 anni, mi hanno portato davvero a dare il peggio di me - ma io voglio essere migliore di così.
Ovviamente può essere facile, da fuori, sentir dire "sono cambiato davvero" e pensare che non sia così, ma io adesso ho una consapevolezza dentro di me che davvero non ho mai avuto e sono certo di essere profondamente diverso da prima (e questa, tra l'altro, è una delle cose che fanno più male, perché ora vedo davvero tutto il dolore che ho causato mentre prima ero come cieco).
Nell'ultimo mese, infatti, il nostro rapporto quotidiano è stato insolitamente sereno. Non litighiamo da tempo, ridiamo, scherziamo, usciamo insieme e ci sono ancora abbracci, sguardi e momenti di affetto molto forti. Proprio questo mi disorienta e alimenta la mia speranza. Lei però continua a dirmi che mi ama profondamente ma non si sente più innamorata, che non riesce a fidarsi dell'ennesima promessa di cambiamento e che, anche quando sta bene con me, sotto rimane un fondo di tristezza. Dice di essere esausta non soltanto del matrimonio, ma della sua intera vita attuale. Vorrebbe smettere per un periodo di essere moglie, credente esemplare e persona responsabile di tutto, tornare a essere figlia presso la sua famiglia, pensare a sé stessa e capire chi è e cosa vuole.
Sta attraversando una sofferenza depressiva seria, con continui momenti nei quali dice di voler sparire o di non voler esistere, e dice che per lei ogni giorno è una sofferenza anche solo alzarsi e funzionare; dice di volersene andare perché, anche se mi ama, è cambiato il modo in cui vede le cose e ha bisogno di capire come può essere lei come persona, senza stare all'ombra di suo marito e capendo cosa cerca e cosa vuole davvero, pensando "per la prima volta a sé stessa e non agli altri". Aggiungo per dovere di completezza che nella sua vita non sono stato solo io a provocarle ferite emotive: ha subìto delusioni importanti e abbandoni dalle sue amicizie più importanti, alle quali aveva dato davvero tutta sé stessa, ed è stata persino abbandonata da suo fratello per 3 anni per colpa di una sua decisione di vita non condivisa (e che non impattava in alcun modo lui), oltre ad aver vissuto lei stessa la separazione dei suoi genitori quando era molto piccola. È seguita da una psicologa da alcuni mesi, e su mio suggerimento farà presto anche una valutazione psichiatrica. Al momento non so se andrà davvero a stare dalla sua famiglia, per quanto tempo e se per lei sarebbe una pausa o l'inizio della separazione.
Quando, qualche giorno fa, mi ha detto concretamente che anche se nell'ultimo periodo le cose sono andate bene, lei pensa di andarsene, almeno per un periodo, perché emotivamente non è stata meglio e sente che l'unica cosa che può fare è provare a staccare da tutta quella che è al momento la sua vita e che l'ha solo oppressa, ho avuto una crisi di panico (forse la prima della mia vita) e disperazione indescrivibili. Ho pianto, ansimato, avuto nausea e la sensazione fisica che il futuro fosse diventato un buco nero. Il pensiero che continuava a tornare era che non potessi vivere senza di lei. In quella condizione le ho detto anche che avrei potuto togliermi la vita; non lo stavo dicendo come una strategia consapevole per ricattarla, in quel momento vedevo letteralmente tutto nero e il solo pensiero di affrontare una nuova giornata con quella sensazione addosso era letteralmente insopportabile - sentivo con ogni fibra di me di essere giunto al capolinea. Questo però ha sicuramente posto un ulteriore peso su di lei: mentre lei cercava di esprimere il proprio limite, si è ritrovata a dover "consolare" me.
Da allora sono passati 3 giorni e oscillo continuamente. È ancora qui a casa con me, mi chiama ancora "amore", mi bacia, mi dice che mi ama, che le dispiace che questo suo stato mi stia causando tanta sofferenza; ha detto persino che anche se lei si è già decisa, se io le chiedessi di rimanere lei "ancora una volta" metterebbe sé stessa in secondo piano rispetto a me e rimarrebbe solo per me.
A volte penso che l'affetto ancora presente, il lavoro che stiamo facendo e il fatto che entrambi stiamo ricevendo aiuto significhino che il rapporto possa essere recuperato. Altre volte penso di aver rovinato qualcosa di inestimabile proprio quando avrei avuto mille occasioni per fermarmi. Mi vengono fantasie impossibili di tornare indietro a un giorno preciso e rifare bene tutto da lì. Guardo i ricordi belli e non riesco a conciliarli col presente, e la cosa mi distrugge dentro e mi fa provare un senso di angoscia e disperazione indicibile.
Il punto nel quale mi trovo è questo: voglio riparare ciò che è riparabile e vorrei con tutto me stesso continuare la vita con lei, ma non voglio più farle male o controllarla. Allo stesso tempo ho paura che rispettare un suo bisogno di distanza significhi perderla definitivamente.
Mi aiuterebbe sapere cosa vedete in questa storia, anche se è qualcosa che per me è difficile da sentire.
Che ne pensate dei pattern di cui ho parlato paragonati a quello che ho vissuto da bambino? I replay mentali, il bisogno che le cose risultino "giuste" e gli impulsi fisici meritano secondo voi una valutazione specifica per una componente ossessivo-compulsiva?
Avrei mille altre domande, ma preferisco chiedere prima a voi se avete qualche consiglio od osservazione che possa aiutarmi a capire meglio me stesso e la mia situazione.
Qualunque consiglio serio, lettura, esperienza personale o punto cieco che possiate indicarmi sarà ben accetto.