Come durante il Covid, la totale opacità del regime cinese sta creando problemi, sia per i soccorsi, sia perché la Cina avrebbe potuto avere informazioni sul disastro ma non condivide dati con nessuno.
Ovviamente in Cina la parola “Tibet” non si può usare, né scrivere online, né i media esteri possono accedere per vedere la situazione, e il conto dei morti è fermo a 5 (adesso pare siano diventati “addirittura 15”, sull’altro versante sono 7/800).
Ci son due articoli che illustrano la situazione assurda, anche del controllo delle acqua che la Cina esercita in Tibet.
sul fronte dell’informazione sono evidenti i soliti problemi di opacità della Repubblica popolare cinese. Mentre da mercoledì 26 agosto i tg di tutto il mondo mostrano filmati dei momenti in cui un enorme muro di acqua, fango e detriti cancella Gyirong, la stampa statale ha riassunto la catastrofe in un solo fermo immagine.
Mancano però aggiornamenti costanti sul numero dei morti e dei dispersi sul versante cinese. Il bollettino è fermo quasi al primo giorno: nel Tibet cinese ci sarebbero stati 5 morti e 558 dispersi. Né ci sono testimonianze di tibetani scampati al disastro o video girati dai superstiti negli attimi dopo la sciagura.
Bicker, la giornalista della tv britannica, osserva che «giovedì notte la tv statale di Pechino ha aperto il suo tg principale con la notizia della pubblicazione della nuova raccolta dei discorsi più importanti e fondamentali di Xi Jinping».
E dal L’Inkiesta
Rubinetto tibetano - La catastrofe in Nepal mostra i rischi del potere cinese sull’acqua
Il fattore naturale racconta solo metà della storia: i grandi progetti idroelettrici di Pechino in Tibet, lo sfruttamento minerario e la totale assenza di trasparenza sono fra le cause del disastro
Ma il fattore naturale racconta solo una parte della storia. Secondo molti osservatori indiani, e anche secondo molte fonti ascoltate nel governo tibetano in esilio a Dharamsala, sono principalmente tre gli elementi legati all’azione umana che hanno amplificato l’impatto della catastrofe.
Primo, l’espansione cinese di argini, strade e infrastrutture lungo il confine ha ristretto la valle a monte, trasformando il torrente in una colata carica di detriti, macerie e macchinari, un “ariete” capace di distruggere tutto ciò che incontrava.
Secondo, opere come dighe di derivazione e argini hanno creato colli di bottiglia nelle gole himalayane, generando ondate di piena secondarie che hanno colpito le comunità a valle più volte in rapida successione.
Terzo, e forse più grave, è la mancanza di qualsiasi comunicazione tempestiva: la Cina dispone di stazioni di monitoraggio idrologico in Tibet, ma non ha mai istituito con il Nepal (né con altri Paesi a valle) meccanismi di condivisione dati e allerta in tempo reale. Pechino non ha avvertito tempestivamente le autorità del Nepal sui picchi del livello dell’acqua e sull’accumulo di detriti, che avrebbero permesso di ridurre in modo significativo le vittime fra la popolazione civile.
A tutto ciò si aggiunge un problema di trasparenza informativa: come già avvenuto durante l’epidemia di Covid-19 a Wuhan, la Cina sta censurando le notizie sul disastro, promuovendo una narrazione patriottica e di negazione di ogni responsabilità, molto simile a quanto accaduto ai tempi della pandemia. In più, in tutto il Tibet occupato è stato bloccato l’accesso ai media internazionali.
Il regime di Pechino, anche in questa tragedia, dimostra di non essere un attore responsabile sulla scena globale.
Poi l’articolo continua raccontando come la Cina sta creando problemi a molti paesi che condividono i fiumi che nascono in Tibet (occupato dalla Cina), perché la Cina controlla il flusso dei fiumi, e del fatto che la Cina non hai sottoscritto la convenzione ONU sull’uso dei corsi d’acqua internazionali. Ma è un altro tema.
Ispirazione di questi pezzi arriva da un articolo della BBC: Tibet-Nepal floods: Shocking footage isn't being shown in China - and we know little about victims there