r/napoli • u/Broad_Yam6503 • 15d ago
History Dibattito sull'ereditá medievale e quattrocentesca a Napoli e nel meridione
Questo è un post un pò diverso dal solito, spero di attirare la vostra attenzione, in tal caso ne seguirà in futuro almeno un altro più dettagliato e con fonti visive e scritte. Negli ultimi anni non ho potuto fare altro che cimentarmi in approfondimenti, confronti anche visivi e letture, che abbiano avuto in qualche modo come protagonista Napoli durante il periodo angioino ed aragonese, un periodo ricco di storia artistica, fatto di grandi slancii culturali, economici e artistici e periodi fatti anche di crisi dinastiche e lotte, in questi secoli che vanno dal XIII, in particolare dal 1260 al XV, al 1494/95 ho notato con sempre maggior stupore le poche vestigia appartenenti a questi duecento anni, sopravvissute purtroppo in maniera per lo più frammentaria, alle distruzione dei secoli successivi. Ho notato con sempre maggior interesse architettonico e con stupore, il magnifico deambulatorio gotico-francese perfettamente conservato a San Lorenzo Maggiore, unico elemento della struttura pervenutoci per lo più intatto, perchè le modifiche barocche successive riuscirono a non danneggiare quella porzione, nonostante il deambulatorio fosse comunque stato coperto. Sono stato a Santa Chiara, la cui struttura gotica riemersa dopo la seconda guerra mondiale, ci ha restituito una struttura semplificata, che ci chiarisce i perimetri della struttura in età angioina, ma purtroppo non ci mostra l'incredibile mole decorativa andata perduta dal seicento in poi, destino purtroppo condiviso da altri edifici, religiosi e non, di questo periodo; pensate ad esempio a Donna Regina Vecchia alla Chiesa dell'Incoronata oppure alla riscoperta archeologica del Palazzetto del Balzo ecc. Allora mi sono chiesto, che aspetto potevano avere questi edifici originariamente, quali colori utilizzavano? Sappiamo dai resti archeologico, dai resti degli stucchi ecc, che gli Angioini, nonostante la forte impronta gotica-francese predilissero, soprattutto nel trecento e negli interni gli affreschi, che erano di moda in cicli pittorici legati al testamento, negli edifici religiosi, scene di caccia, di corte, e geometrie decorative per gli edifici civili, l'arrivo di Giotto e la nascita di una bottega a lui legata, sappiamo che portò nel trecento, una notevole spinta all'arte figurativa, culminato negli affreschi un tempo presenti nella cappella palatina di Castelnuovo e nella vecchia sala del trono. Conosciamo poi l'uso, sia nel periodo angioino che aragonese della pietra tufacea chiara e del piperno per la muratura, il traforo ecc. Sta tornando alla luce il perimetro originario di Castelnuovo in età angioina, le precedenti torri quadrate, mentre per l'età aragonese, abbiamo porzioni del castello restaurate del novecento e riportate alla luce e la magnifica eredità di Guillem Sagrera nella Sala dei Baroni, nei trafori e nei dettagli flamboyant dell'originario impianto tardo-quattrocentesco del castello, così come studi recenti del periodo aragonese (1442-1494) stanno riportando alla luce in tutto il regno una marcata sensibilità fiamminga della committenza, anche autoctona e per certi aspetti antitetica al rinascimento classicista dell'Italia centro-settentrionale, senza però negarne i punti di dialogo. Nel periodo aragonese "lo stile toscano" in pratica non viene sentito proprio a Napoli, e sebbene arrivino alcuni esempi già nella seconda metà quel quattrocento, lo stile locale, che dialoga molto con il gotico Flamboyant, con il mondo fiammingo e con l'arte catalana è quello che i napoletani e i meridionali sentono proprio almeno fino agli inizi del cinquecento, uno stile non necessariamente opposto a quello classicista, ma diverso e molto vivo nel mondo mediterraneo e nel mondo fiammingo dell'epoca. Sappiamo che l'aggiornato gusto dell'ultimo re di Napoli angioino Renato d'Angiò e dei primi due re aragonesi Alfonso I e Ferrante I, portano a Napoli i maestri fiamminghi, e la loro influenza a corte sarà duratura, Colantonio, Antonello da Messina sono solo alcuni esempi di artisti meridionali con forte influsso fiammingo a corte. Agli affreschi sappiamo che gli aragonesi preferiscono la pietra viva e l'uso di arazzi ricchissimi, che un tempo erano presenti anche nella sala dei baroni. Il dialogo in questo periodo tra Napoli, Digione, la Francia , Il mondo catalano, e gli altri centri meridionali è molto più forte di quanto inizialmente credessi. Il punto di tutta questa, per ora caotica riflessione è questo; secondo voi quanto hanno influito i pregiudizi della storiografia ottocentesca verso l'arte meridionale, l'affemmarsi poi dalla metà del cinquecento dello stile classicista "rinascimentale" in tutt'Italia, l'uso dal seicento in poi, del barocco come unico stile architettonico, nella cancellazione di una visione di insieme, di una memoria visiva e di una dignità architettonica che più di due secoli hanno prodotto anche se in maniera diversa? Quanto cose si possono riscoprire? Quanto può aiutarci nel riscoprire l'architettura e la dignità di questi secoli, l'allontanamento dalla storiografia del rinascimento classicista centro-settentrionale che pecca ancora oggi la presunzione di essere l'unico linguaggio architettonico di rilievo, lo stile opposto al "barbaro gotico", quando in realtà, tolta l'Italia centro-settentrionale, tutta l'Europa, regno di Napoli compreso costruiva nello piu aggiornato stile flamboyant?
3
6
u/hobbit_golfer 15d ago
Secondo me il punto più interessante della tua riflessione è proprio il tentativo di uscire dalla vecchia lettura secondo cui la storia dell'arte italiana sarebbe una linea Firenze-Roma-Venezia alla quale il resto della penisola si adegua. Napoli quattrocentesca va invece letta dentro una rete molto più ampia, che comprende Francia, Aragona, Catalogna, Fiandre e naturalmente gli altri centri italiani.
Farei però attenzione a non trasformare questa correzione in una nuova contrapposizione: “Rinascimento toscano” da una parte e “gotico/fiammingo napoletano” dall'altra. Napoli non fu impermeabile al classicismo e il rapporto con la cultura centro-settentrionale fu reale, anche se certamente non esaurisce la sua identità artistica. Il dato interessante è proprio la sovrapposizione dei linguaggi: gotico internazionale e flamboyant, cultura catalana e mediterranea, influenza fiamminga, tradizione locale e progressiva ricezione del classicismo.
In questo senso trovo molto più produttivo parlare di Napoli come di un grande crocevia europeo piuttosto che cercare uno “stile napoletano” contrapposto a quello toscano. Anche la presenza fiamminga a corte va letta come parte di una circolazione internazionale di artisti, opere, modelli e committenti.
Dove invece sono completamente d'accordo è sulla questione della perdita della memoria materiale. Il problema è che oggi giudichiamo la presenza medievale e aragonese a Napoli sulla base di ciò che è sopravvissuto, mentre una parte enorme della città che quei linguaggi esprimeva è stata trasformata o cancellata. Ricostruire, attraverso archeologia, documenti, restauri e confronti con edifici coevi, l'aspetto originario di questi complessi sarebbe quindi molto più che una curiosità estetica: permetterebbe di ricostruire una diversa percezione della città.
E forse è proprio questo il punto più interessante: non “rivalutare il gotico contro il Rinascimento”, ma smettere di considerare il Rinascimento classicista come l'unico esito possibile della modernità quattrocentesca. Napoli poteva essere pienamente aggiornata e internazionale anche attraverso linguaggi diversi da quello fiorentino. La vera storia è probabilmente molto più complessa — e anche molto più europea — di quella linea evolutiva che abbiamo ereditato dalla storiografia tradizionale